A OSLO CON IL TEAM GIORGIO DI CENTA

PER SEGUIRE LA 50 KM DI SCI NORDICO.

 

Nasce da una conversazione casuale con l’amico Andrea Di Centa, la proposta di salire in Norvegia per assistere ad una gara di fondo assolutamente straordinaria per la sua storia e le implicazioni tecniche e sociali che riveste: la 50 Km di Holmenkollen che si disputa sulle colline alle spalle di Oslo. Insieme a Falun in Svezia e a Lahti in Finlandia rappresenta uno dei templi  dello sci nordico. Per chi come me ha praticato con passione questo sport, la proposta di visitare, magari solo per un week end, la terra dei vichinghi è apparsa subito attraente perchè proprio i norvegesi sia in campo maschile che femminile sono fra i massimi esponenti dello sci di fondo. Ci sono poi le cronache che illustrano come Holmenkollen non sia solo una gara, ma una autentica festa popolare cui tutti sono invitati e tutti sono benvenuti. I norvegesi, abitualmente riservati, riescono ad esprimere il loro spirito socievole  proprio in questa occasione.

Undici i partecipanti alla trasferta, otto da Paluzza: Andrea, Patrick, Giacomo, Silvia, Iginio, Rino, Giovanna e Nilde,  e tre da Udine, Tania, Giorgio e Paolo.

Ci siamo dati appuntamento alle 4,30 di venerdì 7 marzo in autostrada. Il volo della Ryanair, che ci porterà ad Oslo parte dall’aeroporto di Bergamo. Le operazioni doganali vengono superate con qualche difficoltà: in fase di check-in è stato rilevato il peso di una valigia superiore al consentito e subito è scattata la tipica solidarietà carnica: le birre il cui peso faceva superare i limiti sono state ‘disclamadis’ (scaricate, in carnico) direttamente in gola ad alcuni volontari che si sono generosamente prestati. Abbiamo limitato i danni con un sovrapprezzo contenuto. Io ho avuto un problema diverso all’ingresso dell’area di partenza: mi sono stati trovati (e naturalmente sequestrati) 2 cavatappi dimenticati nello zaino dalla scorsa estate. Dopo le immaginabili battute degli amici si sale a bordo. Arrivati all’aeroporto di Torn, mentre vengono sbrigate le formalità per il ritiro delle tre autovetture noleggiate, c’è il tempo per aprire un paio di bottiglie e cominciare la festa. Veniamo bonariamente ripresi dalla polizia, perché pare non si possa trasformare una sala s’attesa in un’area per pic-nic. Forse neanche da noi. Finiamo con calma le nostre operazioni e insieme a Laura Bottega, che ci terrà compagnia nei trasferimenti, ritiriamo le tre auto e dopo 120 km arriviamo davanti all’albergo in pieno centro ad Oslo. Un grazie agli artefici della logistica, Giorgio e Tania, il Conte e la Contessa. Si sono dimostrati davvero bravi a risolvere i problemi di una compagnia che piano piano si è andata allargando fino a 11 elementi, al limite dell’ingovernabilità.

Sistemati nelle camere, andiamo tutti in taxi a Casa Italia, la sede della nazionale, al Park Hotel Rice di Holmenkollen. Troviamo Giancarlo, lo ski-men di Giorgio, che ci ragguaglia sui problemi che incontra con i materiali e sulla salute del nostro campione, non al meglio in quest’ultimo periodo. Poi arriva anche lui, disponibile come sempre, ci ringrazia per la nostra presenza, ci parla dei suoi avversari e della gara del giorno dopo. Non approfittiamo troppo della sua cortesia e rientriamo a Oslo dove si impone un problema che ci perseguiterà anche nei giorni successivi: dove prelevare con il bancomat? E’ ora di cena, dopo aver girovagato un po’ si materializza quella che sarà la nostra tappa d’obbligo serale, una birreria scozzese con il ristorante al piano inferiore. I piatti favoriti nel corso delle due serate sono l’angus cui è dedicato il menù e la renna, il piatto di casa. Dopo cena mi ritiro a ore ragionevoli con i miei compagni di stanza Rino ed Iginio, padre e figlio. La mattina mi alzo presto, ho calcolato che Oslo, o almeno il quartiere dove ha sede il nostro albergo, posso girarlo con calma solo questa mattina, non so domani in che condizioni sarò e poi ci sarà già il viaggio di ritorno incombente. Esco e trovo una città deserta, quasi surreale, con l’alba che l’illumina a poco a poco. Mi è sembrata affascinante e bellissima. Solo lo stridio dei tram e il verso dei gabbiani, in giro nessuno sulla Karl Johans gate, gli unici movimenti sono solo i passi cadenzati della guardia al palazzo reale. Scatto delle foto, visito velocemente il quartiere e rientro in albergo. E’ ora di colazione e alle 8,30 c’è il taxi che ci porterà nuovamente a Holmenkollen. La giornata, com’era previsto, si guasta. Scende la nebbia ma mentre questo cambiamento trova il disappunto in alcuni (pare che qualche anno fa non siano riusciti a vedere nemmeno gli atleti in gara) a me lo scenario appare ancora più fiabesco. Il taxi ci deposita all’esterno dell’albergo della nazionale, abbiamo appena superato uno sbarramento, ma quello che ci preme è raggiungere le piste cercando di evitare i controlli e, possibilmente,  senza pagare il biglietto. Siamo superati dalla limusine di casa reale preceduta e seguita dalle moto e dalle auto della polizia. Lo speaker ha l’enfasi delle grandi occasioni e strascica le vocali nel presentare gli atleti della combinata. Ci fermiamo sulla strada che supera il trampolino attraverso un tunnel, vedere i saltatori sbucare dalla nebbia da i brividi, ma ci espone anche a dei rischi. Siamo infatti pizzicati dai controllori che ci chiedono i biglietti. Farfugliamo qualcosa e ci allontaniamo, certo la nostra compagnia è poco omogenea e da nell’occhio. Cerchiamo di superare il trampolino passandogli alle spalle, attraverso un bosco sbuchiamo sulla strada  che lo costeggia, poi arriviamo finalmente alle piste. Ma non è ancora la nostra base. Dobbiamo arrivare dove due piste sono abbastanza vicine da permetterci di vedere sei volte gli atleti. E abbiamo anche un altro problema, dobbiamo trovare qualcuno che ospiti noi e le nostre salcicce che Giovanna ha portato fin da Paluzza. Problemi di fuochi intorno non ve ne sono. Il bordo pista è una tendopoli con buche scavate nelle neve dove viene acceso il fuoco. Dobbiamo solo trovare la compagnia giusta. Mentre ci stiamo avviando sul lato superiore della pista incontriamo tre ragazze con i colori del nostro paese. Chiediamo di dove siano e scopriamo che non sono legate allo sport dello sci di fondo, ma sono venute per la festa popolare che circonda questo evento. Sono Alice, Valentina e Clara, originarie di Padova. Alice vive ormai stabilmente in Norvegia da anni dopo essere venuta qui la prima volta durante gli studi, ora insegna la nostra lingua all’università di Oslo, partecipa a diverse attività di scambio e gemellaggio con il nostro paese, ha all’attivo una lunga lista di traduzioni dal norvegese. Le chiedo l’indirizzo e-mail, la nostra società di orienteering sarebbe interessata ad organizzare una trasferta per i nostri giovani in Norvegia e avere un contatto è fondamentale per risolvere i problemi logistici. Quello che ci colpisce è la sua passione per questo paese, ci spiega come in questa manifestazione la cornice popolare sia l’elemento più significativo, tanto che per comprenderne fino in fondo lo spirito bisognerebbe, come ha fatto lei, trascorrere la notte che precede l’evento sulla collina di Holmencollen e dormire nelle tende accanto ai fuochi. In pochi minuti si è stabilito fra le ragazze italiane e il nostro gruppo una reciproca simpatia, siamo invitati alla tenda dei loro amici norvegesi, dove aspettiamo, cuocendo salcicce sul fuoco e bevendo vino, che inizi la gara maschile. Quella femminile è ormai terminata. C’è tempo per parlare ancora di sci e guardare i personaggi che seguono la gara nel bosco, travestiti da gorilla sulla neve o che indossano abiti del XIX secolo e calzano sci di legno oppure la banda che improvvisa davanti a noi alcuni brani musicali. Passano gli ultimi apripista, si alza una cortina sulla pista, non è nebbia, è il fumo che sale dalle griglie che cucinano carne a pieno ritmo. Salutiamo le ragazze italiane con la promessa di rivederci la sera all’Hard Rock Cafè in centro dove si daranno convegno gli atleti nel dopo gara. E aspettiamo il 62, il numero di Di Centa, che dopo un giro alla velocità dei migliori deve, per le precarie condizioni di salute, calare il ritmo e sciare in difesa. Ci spostiamo continuamente da una pista all’altra incontrando sempre gente diversa, calorosa e un po’ alticcia, come noi. Giorgio è andato bene tenuto conto delle condizioni fisiche. Mi è venuto da pensare che sia venuto qui anche perché c’eravamo noi altrimenti avrebbe scelto di rimanere accanto a Rita e ai suoi bambini.

L’ultima ‘ola’ del nostro gruppo è per un norvegese, Odd-Björn Hjelmeset, che mentre ci scia accanto, capisce e ride compiaciuto. La gara è finita, non riesco a ricordare chi l’abbia vinta, sono stati tutti dei grandi atleti, anche il giovane norvegese che si è fermato sfinito a pochi metri mentre la gente a lato lo incitava a continuare e qualcuno dei nostri gli offriva formaggio per ristorarsi.

C’è qualcosa di epico in questa gara e nel pubblico che la segue e se Alice ci darà una mano il prossimo anno torneremo e anticiperemo di un giorno e una notte l’attesa degli atleti lanciati sulle piste nel bosco con gli sci sottili ai piedi.

Dopo la gara è il tempo dei saluti e degli ultimi brindisi con chi come noi, magari tifando altri colori, ha assistito a questo spettacolo. Si ripassa da Casa Italia a salutare Giorgio, lo rivedremo con la nazionale l’indomani al momento della partenza per l’Italia e ritroviamo un altro grande norvegese, Vegard Ulvang, divenuto un alto dirigente FIS, che con tre medaglie d’oro olimpiche e due mondiali (per parlare solo dei massimi allori) è considerato un mito per chi ama questo sport. Ricordo ancora un pomeriggio di tanti anni fa, trascorso qui da noi in Friuli, nelle cantine del Mulino delle Tolle ad assaggiar vini con Manuela, Vegard e Andrea. Rientriamo in albergo per cambiarci e partecipare all’ultimo atto, la serata degli atleti. Dopo cena ci ritroviamo all’Hard Rock Cafè, c’è Alice, con la sorella e l’amica. Arriva anche Laura che vuol pagar da bere alla compagnia. Non sono in sintonia con musica, insisto per pagare il primo giro, si alzano i bicchieri alla giornata appena trascorsa, Alice e i più giovani si allontanano. Per fortuna le ho già chiesto l’e-mail. Saluto ed esco. Da buon lupo solitario, vado a bere l’ultima birra da solo, prima di rientrare. Il giorno dopo c’è solo il tempo di raccogliere le valigie e i pezzi di qualcuno, recuperare le auto e andare verso Torn. C’è chi giura che non toccherà più una birra e dopo le pratiche del check-in ha già nuovamente una ‚bionda‘ in mano. Dopo un volo di rientro tranquillo anche le operazioni di sbarco sono veloci, ritiriamo le nostre automobili e ci salutiamo. Mi metto alla guida ed entro in autostrada, con i miei compagni di Udine, Giorgio e Tania, al primo grill che incontriamo decidiamo che è tempo di bere un caffè. Non siamo i soli ad aver avuto questa idea. Ritroviamo tutti quelli che avevamo appena salutato. Un’ultima foto del Team Giorgio Di Centa con chi lo ha reso possibile e poi a casa a chiudere questo week end in famiglia con una bottiglia di quello giusto. A scriverne ora, si è tutto svolto così velocemente da sembrare un sogno, e per fortuna che questa volta non mi son dimenticato la macchina fotografica…….  

   

Paolo Di Bert

 

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