Due giorni di Orienteering nell’Alta Valle del But - Paluzza 5/6 Giugno 2010


Stefano Galletti, un amico della Carnia

Rubiamo qualche impressione al blog di Stegal67

2010 06 09 Wed 00:47 by Presidente

Tuesday, June 08, 2010

 

48 ore.
Non è forse il titolo di quel film con Nick Nolte ed Eddy Murphy? Quel film nel quale in 48 ore si verificano colpi di scena a ripetizione, nel quale il poliziotto ed il galeotto devono allearsi, fingersi amici, poi fare amicizia davvero, poi sconfiggere i nemici di ciascuno che nel frattempo sono diventati comuni nemici... il tutto in sole 48 ore.

Io forse posso arrivare a descriverne 52, di ore. Mi prendo un bonus, un tempo supplementare, rispetto ad Eddy Murphy che in quel film aveva avuto persino il tempo di cuccare; e se rispetto al personaggio di Nick Nolte non ho ucciso nessuno (magari qualcuno si, però di noia...) posso ugualmente essere orgoglioso di alcune trovate degne di una buona sceneggiatura, non ultima delle quali l’inizio dell’intervista improvvisata ad un certo Giorgio Di Centa...

Le mie 48 ore (e mi rendo conto adesso che il prossimo episodio potrebbe intitolarsi “Ancora 48 ore”) iniziano con una fuga dal lavoro; una fuga che può riuscire solo se c’è un buon motivo per eclissarsi: una gara di orienteering. La deviazione che faccio sulla strada lavoro-casa è un po’ marcata... si tratta di spostarsi a Lugano venerdì sera, anzi per la precisione a Porza-Comano, per una nuova edizione di “Fra.G.Ori”. Prima tappa. Noi le chiameremmo “promozionali”. Di venerdì sera. E ci sono 200 atleti circa! E non sono per niente scarsi... 4 percorsi, divisi per fasce di età unisex, ed il solito dislivello ticinese lanciato a piene mani tra un punto e l’altro.

Bibi parte 12 minuti prima di me. La temperatura segna 31 gradi anche se sono le ore 19... vedo Bibi prendere una direzione a sinistra e sparire all’orizzonte dietro le prime case. Tocca a me... Luciano Hochstrasser mi posiziona davanti alla carta un minuto prima del via “La posso guardare?” “Certo, tanto la prima metà gara è sull’altra parte del foglio!”. Mi accorgo solo adesso che non vi è traccia del triangolo di partenza... e non è la mia classica “idiosincrasia da triangolino magenta”.

Parto, e subito mi butto a destra. Scelta unica, la prima lanterna è in fondo alla strada, in cima ad un viottolo a gradini. Arrivo al punto e con me arriva Dodo (compagno di squadra AGET) che era partito tanti minuti prima di me... comincio a pensare a cosa stia succedendo e mi convinco che, con partenza ed arrivo a pochi metri tra loro, i percorsi ed i concorrenti siano alternati: il primo comincia dal giro di Porza e finisce con quello di Comano, il secondo fa il viceversa... facile, no? Come 2+2. Uguale 5. Infatti sia Bibi che Dodo avevano sbagliato di brutto (ma di brutto brutto brutto) il primo punto. Dodo, che corre come un cavallo, mi supera sulla prima salita ma riesco poi a staccarlo nel primo dedalo di viuzze. Mi sembra di correre bene ma dopo pochi minuti mi accorgo che il caldo e l’umidità mi stanno disintegrando. Finisco per mancare un sentierino nella tratta di trasferimento tra Comano e Porza e così per punizione mi tocca traversare un ruvido e lungo verde 2 (“Ma pure a Fra.G.Ori devo spatassarmi di rovi?” mi chiedo...), al termine del quale vengo superato da Stefano Brambilla che invece il sentierino l’aveva trovato. Per recuperare, attacco il muro di Porza per la direttissima, cercando un varco tra alcuni gialli che in realtà non troverò (preferisco non superare un basso recinto per evitare guai, miei ma anche all’organizzazione, con i contadini elvetici) e tra minuti persi, dislivello inutile, fatica a gogo e gambe mosce concludo la prova in una posizione rivedibile e migliorabile, pochi minuti davanti a Roberta che invece fa la sua bella figura sul mio stesso percorso (partenza a parte...).

Il rientro a casa a Milano è tranquillo, ma la notizia che mi coglie alle 23 circa mi coglie impreparato: la GOK-car che doveva portarmi a Paluzza è “svampata”! Sono rimasto senza un calesse e senza compagni di viaggio, e devo essere a Timau (praticamente in cima al mondo) prima delle 14... Per fortuna la solidarietà orientistica si mette in moto, e nonostante l’ora tarda riesco a concordare un passaggio da Tazia Lorenzet... ma per approfittarne devo arrivare in treno a Conegliano! Dove sta Conegliano? Le mie nozioni di geografia del nord-est sono limitate a poche carte orientistiche, ma internet è accessibile ed una rapida occhiata mi consente di capire che posso arrivare a Conegliano agevolmente a patto di svegliarmi all’alba per prendere il primo treno per Venezia.

Ciuciuff ciuciuff... Ciuciuff ciuciuff...
L’arrivo a Conegliano viene allietato dalla lieta novella che i miei vicini di casa stanno allertando i pompieri per una fuga di gas che verrebbe dal mio appartamento... (la vituperata casetta si sta ribellando?); alcuni membri del GOK rimasti a Mediolanum si attivano per scongiurare il pericolo (nulla di tutto ciò si stava effettivamente verificando...) e così Tazia ed io possiamo arrivare a Timau in tempo per la prima tenzone, il Campionato regionale sprint.
Il luogo è decisamente incantevole, incastrato tra le montagne del confine tri-patrio. La carta mi ricorda a tratti quella di Regazzini (questa è per gli intenditori della Val di Sole...) o del Velon (ripeto... per gli intenditori della Val di Sole). In partenza subito una zona di 100 metri per 100 nella quale stazionano: una dozzina di lanterne, una dozzina di cocuzzoli, una dozzina di avvallamenti, una dozzina di dozzine di grossi massi, una dozzina di cadute rovinose a terra causa sottobosco insidioso e avviluppante... L’ingresso in carta prevede una mia tattica personale che è tutta un programma (ora Jaroslav Kacmarcik si spara un colpo in testa...): poiché in quella zona grande come un francobollo dovrei trovare le mie prime 6 lanterne, decido di entrare deciso e puntare al primo prisma bianco-arancio che trovo... probabilmente sarà uno dei miei! Se ho fortuna (dicesi così quella cosa grossa che porto tra il fondo schiena ed i tricipiti femorali) è la 1, sennò faccio il punto... non ho fortuna (o meglio, ne ho troppa ma mi appesantisce e basta) ma la tattica funziona ugualmente. La successiva discesa abbastanza lineare verso il traguardo (altre 10 lanterne) mi vedrà affrontare erba alta ed un discreto numero di ortiche... ringraziate quindi Stegal che vi apre la strada!!!... ed un arrivo tranquillo dopo 24 minuti. Prestazione di nessuna rilevanza, Marco Seppi chiuderà in 10’58” ma ormai sono mesi o anni che non ci faccio più caso: è ora di cominciare la terza parte dell’avventura, lo speaker (e non sono ancora passate 24 ore!).

Quando finisce anche la parte da “fiato alle trombe, Turchetti!” vengo accudito come un figliolo da Paolo Di Bert, i cui occhi, il cui sorriso e la cui energia ineguagliabile faranno da colonna sonora di tutto il film. Si rientra alla base per la cerimonia di inaugurazione del nuovo Centro Federale alla presenza della Principessa delle nevi, l’unica e sola ed ineguagliabile ed inimitabile e bellissima (e bravissima!!! Caspita che parlantina sciolta e che carattere...) Manuela Di Centa. Nostra Regina delle Nevi si presenta in abito elegante e finisce per essere intervistata da uno Stegal inguardabile (camicia jeans, scarp de tennis, mano in tasca... elasticità paragonabile a quella di un lampione stradale... ascelle pezzate e per finire direi anche occhi pallati, mani due spugne, manie di persecuzione e miraggi assortiti!!!). La foto made by Roberto Trentin rende l’idea...

Dopocena a vino e birra, ed è già domenica quando si va a letto. Paolo Di Bert è inarrestabile come un tornado forza 5 e fosse per lui si tirerebbe l’alba in compagnia, ma lo speaker sa che ci sono ancora due tasselli da mandare a posto prima di riprendere the long way home... Il gentilissimo proprietario dell’Albergo Cristofoli mi aspetta ancora alzato per assicurarsi che tutto sia a posto, ma le campane della chiesa di Treppo alle 6 del mattino mandano all’aria il sogno che stavo facendo (centrava forse Manuela Di Centa?) riconsegnandomi alle scarpe da orienteering in pieno stato di catalessi. Sono poi le 8 del mattino quando trovo un passaggio dall’hotel verso la zona gara e... indovina chi è? Paolo Di Bert! Ma gli avete fatto l’esame antidoping??? Ma come ci riesce??? E’ ovunque!... insomma, alle 8 del mattino (8.15) Paolo mi allunga la carta di gara consegnandomi alla partenza dove Anka Kuzmin e The Fox stanno preparando il tutto.

Quarto tassello da mandare a posto, e la carta di gara mi dice che non sarà mica così facile... Ossignùr, il primo punto sì che sembra facile: sentiero, curva, superare il maso, stare in costa sopra alla curva di livello... arrivo in zona punto (109) e per prima cosa mi trovo a fare a botte con un’erba alta che arriva fino al ciuffo ribelle di Dario Stefani. Di lanterne nemmeno l’ombra, mi faccio un po’ più avanti ma la descrizione punto “limite di vegetazione” sembra ovvia... la mia prima considerazione è: “ok, nessun problema, staranno posando i punti”.

P.M. !
Punzonatura mancante. Il punto c’era ma non l’ho visto. Vabbé, nessun problema, non sono qui per fare un risultato. Tranquillo sul punto 2 e qualche problema sul 3 dove non capisco bene le curve di livello. All’attraversamento della statale entro nel primo labirinto piatto fatto tutto di avvallamenti, sassi, muretti e verdini che porta al greto del torrente But. Manco la 4 ma trovo la 5... torno sulla 4, ritorno sulla 5... misteri della sicard: la 4 non risulterà punzonata.

Ri-P.M.!
Vabbé, nessun problema, non sono qui per ecc.ecc.
La 6 e la 7 vanno via lisce come l’olio e per qualche minuto ho come l’impressione che la mia bassa velocità di crociera mi consenta di andare a sbattere contro le lanterne. Ed è una impressione che da lì in avanti mi accompagnerà fino al traguardo; anche perchè è vero che ci sono ancora un paio di lanterne sulla costa pendente ma poi il percorso è in discesa o in piano. Il tempo di rischiare l’osso del collo nell’attraversamento del But, che affronto nell’unico punto che l’organizzazione aveva previsto come pericoloso, ed è tempo di perdersi di nuovo in un altro dedalo di muretti e verdini e verdoni prima delle ultime lanterne in paese: dalla 13 alla 17 tutto bene, ma per la 18 non ne posso più di vegetazione invadente e mi porto fuori strada... poiché so che sono in giro da solo riesco a svegliarmi e urlarmi da solo che non devo mollare la presa adesso che sono all’ultima lanterna difficile. Sarà l’urlaccio, le parolacce, la faccia cattiva ma quella str...za di lanterna decide di farsi vedere a 5 metri da me!!! Il finale è decisamente filante, anche se sono un po’ sulle ginocchia, ed è solo quando arrivo alla 24esima lanterna e sto correndo gli ultimi 150 metri di gara che mi accorgo dello scenografico blu carpet messo a disposizione degli atleti dal comune che ci ospita.

Il che mi consentirà la prima boutade... “Se fossimo alla notte degli oscar il tappeto sarebbe stato rosso, ma that’s orienteering... noi siamo persone più nobili rispetto agli attori di Hollywood e quindi il tappeto è blu!” (le battute non me le scrivono quelli di Zelig!).
Seguiranno 3 ore abbondanti di cronaca con l’aiuto inestimabile di Alessia Ciriani, colei che fin d’ora incorono “speaker Fiso del 21° secolo”, sempre col sorriso, sempre con grande simpatia e spontaneità, competente e coinvolgente nel dedicare spazio sia alla cronaca della gara che al contorno di pubblico.

Ma devo ammettere che ad un certo momento ho “staccato”... la gara si stava concludendo. Carlo Rigoni aveva steso la concorrenza e si era poi presentato al microfono con quel bellissimo sorriso da eterno ragazzino che sa di averla combinata bella anche questa volta (sempre grazie, Carlo, per la tua disponibilità e per non avermi ancora menato!). Christine Kirchlechner aveva mandato subito i titoli di coda dopo aver avuto persino il tempo di preoccuparsi al microfono per il suo Ingemar, il quale invece era in zona e mi sentiva e stava vincendo la sua gara e si chiedeva cosa mai stesse cianciando quel deficiente di uno speaker! E poi le volate dei ragazzi della Masi, Emilio Tamarri e Luca Bignami, di Fabiano Bettega e Simone Mocellini, di Liliana Papandrea che poi si preoccuperà di consolare la dolcissima Maria Vittoria Bulferi che nel sottobosco lascia una caviglia e le speranze di successo (ma sono sicuro al 1000x1000 che si rifarà presto).

Ma, come dicevo, poi ho staccato... avevo ancora due cartucce da sparare. Dovevo stare calmo. Una cosa per volta... una parola per volta. Per introdurre Giorgio Di Centa “la grandezza di uno sportivo ha una unità di misura: il fatto che ci sia una voce a lui dedicata su Wikipedia!” (e già qui ho visto la faccia di Di Centa, che si stava avvicinando al palco, assumere la forma di chi sta a pensare “machestaaddìquesto?!?”).
E poi quello per cui mi stavo preparando da alcuni mesi. Dovevo solo stare calmo.
“Giorgio, se dico 26 febbraio 2010... dove eri in quel momento?”
“Eh... stavo a Torino... e precisamente...”“Grazie Giorgio! Mi fa davvero piacere sapere che le persone si ricordano dove stavano nel momento in cui tagliavo il traguardo al terzo posto alla gara di Giussano!”

Nella mia testa è seguito un centesimo di secondo in cui il mondo si è fermato, poi ho sentito la risata di Giorgio, quella delle centinaia di persone che avevo davanti... ed ho capito che nessuno al mondo, nessun giornalista sportivo o impiegato panzottello consegnato alla causa dell’ori-speakeraggio, aveva mai detto una cosa del genere ad un bi-campione olimpico.

Io si.

 

posted by Stefano @ 2:28 PM 1 comments






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